something stupid
dalla casetta a varese ligure sono otto chilometri di curve da ribaltare lo stomaco. da varese ligure a sestri levante i chilometri sono trenta e rotti, articolati in un saliscendi di cui non si capisce il motivo, visto che varese ligure è in alto e sestri in basso per cui si dovrebbe scendere e basta. invece si va su e giù di valle in valle e nulla possono camel lights, tictac e l’ineffabile primo disco di macy gray. alla nausea – che su quelle strade mi accompagna da quando ero bambina e i miei conati dettavano a babbo e mamma i ritmi del viaggio – si associa il vuoto allo stomaco da separazione e la malmosta da rientro in città.
a sestri levante salgo su un treno moquettato e condizionato sul quale leggo, dormo, origlio mio malgrado le conversazioni telefoniche di tutto il vagone e concludo che in media la gente intrattiene rapporti di coppia malati.
dopo due ore e mezza di intercity plus – poltrone più comode con nuovi tessuti e colori, sistema di illuminazione più funzionale, cestini portarifiuti più capienti, bagni specializzati uomo/donna progettati per il massimo comfort (...) all’interno dei quali in effetti placo confortevolmente un paio di crisi di astinenza da nicotina – sbarco alla stazione centrale, conquisto un taxi, raggiungo la grossa sede di una grossa casa editrice, mi lascio scannerizzare corpo e bagagli dalla security e spiego con un aplomb degno di una country lady dello yorkshire perché ho in borsa un coltellino svizzero ("sa, arrivo direttamente dall'appennino ligure. bel posto, sì. no, non è stagione di funghi, più di cinghiali..."), salgo al quarto piano, faccio una riunione, riscendo, prendo la navetta, sbarco in centro, dribblo il popolo degli impiegati a caccia di saldi di fine giornata, mi inabisso in metropolitana.
alle otto di sera sono in viale monza con le chiavi in mano. intorno: il deserto, appena movimentato dall’orrore cromatico/architettonico di uno spizzico sorto a tradimento nel giro di pochi giorni.
entro nella fornace aromatizzata al cumino del kebabbaro sottocasa e compro un litro di latte e una bottiglia di acqua gassata. apro il portone, faccio finta di non vedere che la cassetta della posta straripa e salgo le scale pregando che nessun black out abbia fatto saltare la corrente: dieci giorni fa ho lasciato nel freezer tre orate da guardia a presidiare l’appartamento.
un’ora dopo mangio di malavoglia una pizza ripensando a nina che mi racconta per telefono della lumachina che domme, mamma a cui ha dato da mangiare una pecca, mamma.
al mondo ci sono poche cose più stupide dell’essere a milano da sola in una casa vuota del resto di zoobabele.