questions and answers #2
(dilemmi morali applicati alla finale dei mondiali di calcio)
nina: mamma, ma pirlo è una parolaccia?
questions and answers #1
(del perché ai bambini non bisogna dare né chiedere spiegazioni)
treno – interno giorno - tratta grosseto/milano.
nello scompartimento: un quarantenne in polo salmone che legge camilleri succhiando succo all’ananas da un brick esselunga, un sessantenne abbronzato con l’unità che spunta dalla tasca della giacca in lino, un ragazzo palestrato di età indefinibile che rumina chewing gum controllandosi ossessivamente il segno dell’abbronzatura lasciato dall’orologio. di fronte: nina e io. nina dorme occupando due sedili per il lungo, io mi rompo le palle perché ho finito il libro che mi ero portata al mare e ho una voglia di fumare che mollami. a un certo punto mi alzo, cercando di dirottare con un po' di movimento il desiderio ossessivo di camel lights. nina apre gli occhi e allunga la mano alla ricerca di qualcosa di morbido (nina ha da sempre questo bisogno incontrollabile di sfiorare con la punta delle dita corpi vivi/inanimati purché morbidi. al primo posto in ordine di gradimento c’è il canebianco©, spirito guida delle sue notti, seguito a breve distanza da: 1) il mio interno braccia 2) il mio sottomento 3) il lobo del mio orecchio sinistro). nina allunga la mano, dicevo, ma io sono in piedi e, non trovando niente di immediatamente brancicabile, ripiega infilandomi una mano sotto il vestito. grattigna un po’ il retrocoscia, io lascio fare. poi all’improvviso sale rapida, mi raggiungere una chiappa e a voce altissima esclama: “ma mamma! non hai le mutande!”.
stacco. il quarantenne salmonato smette di succhiare ananas. stacco. il sessantenne alza un sopracciglio divertito. stacco. il palestrato si infila un’altra cicca in bocca e mi guarda, bovino. stacco.
io, simulando un aplomb da donna di mondo: “ma amore, sì che ho le mutande” (retropensiero: lascia cadere il discorso, distraila, corrompila con un ringo pavesi)
nina, caparbia: “no che non ce l’hai”
io, in difficoltà: “ma sì, è che... sono mutande speciali...” (retropensiero: ma perché non imparo a stare zitta, cazzo?)
nina, ovvia: “speciali come?”
io: “eh... speciali... perché sono fatte in un modo per cui non si sentono... ” (retropensiero: brava, ottimo, ora devi solo spiegarle il concetto di tanga. forza, che voglio godermi lo spettacolo)
nina, sinceramente incredula: “eh?”
io, paziente: “sono... sono mutande particolari... che si chiamano tanga” (retropensiero: ok, bella mossa. dare un nome alle cose aiuta a sviare l’attenzione dall’oggetto al nome dell’oggetto. forse ce l’hai fatta)
nina, entusiasta: “tanga come il tango di quando vai a ballare?”
io, iniziando a rilassarmi: “sì, amore”
nina, dopo una breve pausa di riflessione: “ma come sono fatte?”
io, ferma e tranchant, con un guizzo da vera_madre: “amore, te lo spiego dopo quando siamo a casa”
silenzio. nina si ficca il pollice in bocca e succhia cogitabonda. io mi risiedo e ricambio gli sguardi dei miei compagni di viaggio con un mezzo sorriso tipicamente materno, quella smorfietta tra lo svagato e il divertito che sta a significare “ah, i bambini...”. stacco. cinque minuti dopo.
nina, zompando all’improvviso sulle mie cosce e sollevandomi il vestito: “mamma, me le fai vedere?
io, immobilizzando le cinquanta manine che le sono spuntate: “nina! ma cosa fai?”
nina, frenetica: “voglio vedere le mutande speciali!”
io, ferma e risoluta: “nina, no”
nina: “dai, mamma, ti prego!”
io: “nina, ho detto di no”
nina: “per favorino, ti prego, mammina...”
io: “no”
nina: “sì”
io: “no”
nina: “sì”
eccetera, per un numero consistente di minuti, sempre sotto gli occhi dei tre tizi di cui sopra, che nel frattempo hanno smesso di fingere disinteresse ed è evidente che sono apertamente schierati con mia figlia.
alla fine, esasperata, agguanto nina e la porto in corridoio con un perentorio: “andiamo un attimo a parlare fuori”.
stacco. corridoio. nina mi chiede perché sono arrabbiata, io le faccio tutto un bel discorsetto spiegando che la mamma non ha voglia di far vedere le sue mutande a gente che non conosce, nina sembra recepire il messaggio, si disinteressa dell’argomento e mi indica una serie di elementi paesaggistici, con corollario di commenti e spiegazioni. poi mi dice che le scappa la pipì.
stacco. bagno. nina appollaiata in equilibrio sul tipico wc modello raccapriccio delle ferrovie italiane. io in posizione di sostegno/evitamento del contatto con la superficie del wc medesimo. passano un paio di minuti di sballottamento di entrambe, dopodiché
nina: “mamma, mi sono sbagliata, non mi scappa la pipì”
io: “sei sicura?”
nina: “sì”
io: “sicura sicura?”
nina: “sì”
la aiuto a scendere dal trespolo, la rivesto, mi rialzo, le prendo la mano, faccio per aprire la porta.
lei oppone resistenza e, con aria da furetto e sorriso satanico, mi fa: “mamma, prima di uscire... me le fai vedere?”