ninalogismi
crancare
[cran-cà-re]
v. tr.
frantumare a colpi di cucchiaino un biscotto che galleggia nel latte.
per es: mamma, me lo cranchi tu che è duro?
granchiare
[gran-chià-re]
v. tr.
mordere con foga.
per es: mangia tu il gelato, mamma. io poi granchio il cono.
pinzarsi
[pin-zàr-si]
v. rifl.
lasciarsi trafiggere da una forchetta.
per es: questi fusilli non si pinzano, mamma.
fortunata
[for-tu-nà-ta]
agg. f.
persona estremamente veloce.
per es: io sono fortunata perché corro molto forte.
dimenticavare
[di-men-ti-ca-và-re]
v. tr.
scordare colpevolmente qualcosa di molto importante.
per es: ma mamma! ti sei dimenticavata di mettermi le mutande!
bonus track di vita vissuta: nello specifico quest’ultima frase è stata urlata sul miniautobus da 17 posti a sedere che porta dalle alture di pieve ligure a bogliasco, ridente paesino affacciato sul mare. oltre a me e a nina a bordo c’era una comitiva di circa dieci vecchiette serissime che, vestite di tutto punto, andavano in gita alla farmacia situata al chilometro sailcazzo dell’aurelia.
mentre frugavo nella borsa del mare alla ricerca del capo mancante estraendone oggetti sedimentatisi in anni di vacanze costiere, mentre tiravo fuori con aria di trionfo le mutande in questione, mentre mi facevo sballottare dalle curve nel tentativo di infilarle a una nina sadicamente ilare e per tutta la durata del tragitto mi sono sentita inspiegabilmente circondata da ondate di sconfinata riprovazione.
anch’io anch’io son figlia di dio
nonostante la presunta invisibilità di questo blog – che poi a chiamarlo blog mi fa quasi specie, andando ad assomigliare ogni giorno di più al diario spostato di una madre di famiglia scriteriata che fa un lavoro assurdo (e lo dico ovviamente con un certo compiacimento, dato che sotto sotto ho sempre aspirato a essere una versione postmodern_nevrotico_compulsiva di brunella gasperini) – nonostante la supposta invisibilità di questo blog, dicevo, anche qui è arrivata via [japanesecaptain] una catena. la prima tra l’altro, almeno credo.
ora. potrei anche fare la snobbettina e liquidarla con una battuta che lasci intendere la mia superiorità a questi giochetti tra gente che sa leggere, scrivere e far di conto. invece col cacchio, la faccio eccome.
libri della mia biblioteca
se si intende un computo numerico non ne ho la più pallida idea. so solo che da mesi progetto un compattamento delle troppe librerie/mensole sparse per casa in un’unica, mastodontica libreria a soffitto su quattro pareti che occupi tutto lo studio e schianti l’entropia abitativa, costringendoci a spostare nei mesi a venire tutti i mobili di tutte le stanze come in una spaventosa partita a domino infinita. non so com’è ma questa idea trova fabio, linda e fausto recalcitranti. in compenso sono convinta di poter facilmente portare nina dalla mia parte.
ah, i libri di casa naturalmente sono tutti ordinati, dal primo all’ultimo, secondo l’infallibile metodo di catalogazione zoobabeliano: alla cazzo.
l’ultimo libro che ho comprato
[questo], stamattina, a sestri levante.
il libro che sto leggendo ora
tre libri che consiglio
la memoria vacillante non mi consente di spingermi troppo in là nel tempo. [uno] l’ho finito l’altro ieri. un altro l’ho già consigliato [qualche post fa]. e poi direi [questo]. tre onesti romanzi che fanno ridere e piangere e che da queste parti ce li sogniamo. poi per carità, ci sono anche i capolavori ([questo], per dirne uno). ma mica c’è bisogno che ve li consigli io.
blogger a cui passo il testimone (ovvero gente che mi è simpatica ma soprattutto che so transitare da queste parti)
chi vorresti essere se dovessi rinascere
something stupid
dalla casetta a varese ligure sono otto chilometri di curve da ribaltare lo stomaco. da varese ligure a sestri levante i chilometri sono trenta e rotti, articolati in un saliscendi di cui non si capisce il motivo, visto che varese ligure è in alto e sestri in basso per cui si dovrebbe scendere e basta. invece si va su e giù di valle in valle e nulla possono camel lights, tictac e l’ineffabile primo disco di macy gray. alla nausea – che su quelle strade mi accompagna da quando ero bambina e i miei conati dettavano a babbo e mamma i ritmi del viaggio – si associa il vuoto allo stomaco da separazione e la malmosta da rientro in città.
a sestri levante salgo su un treno moquettato e condizionato sul quale leggo, dormo, origlio mio malgrado le conversazioni telefoniche di tutto il vagone e concludo che in media la gente intrattiene rapporti di coppia malati.
dopo due ore e mezza di intercity plus – poltrone più comode con nuovi tessuti e colori, sistema di illuminazione più funzionale, cestini portarifiuti più capienti, bagni specializzati uomo/donna progettati per il massimo comfort (...) all’interno dei quali in effetti placo confortevolmente un paio di crisi di astinenza da nicotina – sbarco alla stazione centrale, conquisto un taxi, raggiungo la grossa sede di una grossa casa editrice, mi lascio scannerizzare corpo e bagagli dalla security e spiego con un aplomb degno di una country lady dello yorkshire perché ho in borsa un coltellino svizzero ("sa, arrivo direttamente dall'appennino ligure. bel posto, sì. no, non è stagione di funghi, più di cinghiali..."), salgo al quarto piano, faccio una riunione, riscendo, prendo la navetta, sbarco in centro, dribblo il popolo degli impiegati a caccia di saldi di fine giornata, mi inabisso in metropolitana.
alle otto di sera sono in viale monza con le chiavi in mano. intorno: il deserto, appena movimentato dall’orrore cromatico/architettonico di uno spizzico sorto a tradimento nel giro di pochi giorni.
entro nella fornace aromatizzata al cumino del kebabbaro sottocasa e compro un litro di latte e una bottiglia di acqua gassata. apro il portone, faccio finta di non vedere che la cassetta della posta straripa e salgo le scale pregando che nessun black out abbia fatto saltare la corrente: dieci giorni fa ho lasciato nel freezer tre orate da guardia a presidiare l’appartamento.
un’ora dopo mangio di malavoglia una pizza ripensando a nina che mi racconta per telefono della lumachina che domme, mamma a cui ha dato da mangiare una pecca, mamma.
al mondo ci sono poche cose più stupide dell’essere a milano da sola in una casa vuota del resto di zoobabele.
weather
overground
alcune sere fa ho mostrato a nina la cima verde scuro del monte gottero (1640 modestissimi metri) e le ho spiegato che dato che non era coperta di nuvole il giorno dopo ci sarebbe stato il sole.
il giorno dopo naturalmente pioveva. quello dopo ancora. e quello dopo ancora. e ancora. e ancora.
ma non mi lamento, sia chiaro.
via dalla città anche i fenomeni atmosferici persistenti acquistano tutto un altro sapore.
al quarto giorno di pioggia consecutivo, per esempio, abbiamo imparato a vivere tranquillamente sotto lo stesso tetto con sciami di mosche e zanzaroni e armate di scolopendre e scorpioni.
al quinto giorno le balze intorno alla [casetta] hanno iniziato a pullulare di lumache gigantesche.
al sesto giorno nella spianata sul retro grufolavano una ventina di cinghiali, quattro adulti più uno stuolo di piccoli (e linda e fausto, rinchiusi per sicurezza, riscoprivano un mai sopito istinto di caccia e passavano la notte a raspare la porta e ad annusare con bramosia lo spiffero delle finestre).
bei momenti, insomma.
al settimo giorno, comunque, nina ci ha tenuto a farmi notare che forse il monte fenicottero si ha sbagliato, mamma.
underground
come spesso (si legga: sempre) accade, lascio ad [altri] il compito di scrivere cosa penso, ché lo fanno meglio di me.